Prima di partire per il nostro primo viaggio in famiglia mi chiedevo: "quanto può essere importante per una bambina di un anno passare un periodo medio-lungo in Giappone e cosa può lasciarle un viaggio di questo tipo?".
Non riuscivo bene ad immaginarmi cosa avrebbe potuto assorbire mia figlia, così piccola, nell'intero mese di luglio. La curiosità non era poca.
L'itinerario da noi scelto è stato il classico mix modernità-antichità, tranquillità-frenesia, che offre il Giappone, iniziando da Osaka, dove vive l'intera famiglia di mia moglie, passando per Tokyo, dove sono la maggior parte dei nostri amici, e Hakone per un po' di relax.
L'aspetto più scontato è stato il rafforzamento del legame tra Koko e la nonna, il nonno, la cuginetta, gli zii e tutto il resto della famiglia, per il quale la comprensione del giapponese da parte della bimba è stata di fondamentale importanza. In poche ore Koko aveva già acquisito la scioltezza e la familiarità che ha con la nonna e il nonno italiano, mentre con la cuginetta si è creato un rapporto speciale, poiché le due tuttora sono ansiose di vedersi settimanalmente tramite Skype.
A Tokyo abbiamo passeggiato per lo Yoyogi Park per cinque minuti, prima che un diluvio ci costringesse a rintanarci sotto un chiosco, poi abbiamo fatto le ore piccole passando da un ristorante a un izakaya a Shibuya (nel frattempo la bimba si è addormentata), dove Koko ha scoperto che non solo mamma, babbo, nonna e nonna mangiano con le bacchette, ma anche tutti gli altri! E così anche lei ha provato, riuscendo con successo, incredibilmente.
Ancora oggi faccio fatica a crederci, ma ormai è un dato di fatto: a un anno e mezzo mangia anche con le bacchette.
Ad Hakone abbiamo passato due giorni in relax con visita al piacevolissimo Open Air Museum, attrezzato anche per i bambini più piccoli. Un posto molto consigliato.
E il resto? Tutto ciò che un viaggio lascia a una persona adulta, cosa può trasmettere a una bimba di un anno?
Nostra figlia ha mostrato molta curiosità per le semplici azioni quotidiane, imitando comportamenti e aspetti che ormai per noi sono pura normalità, come lo stare composti sul treno, non urlare in determinate situazioni ("i bimbi come te non lo fanno, vedi?"), camminare dritti senza intralciare il passaggio, mangiare composti senza distrazioni e tutte quelle buone maniere tipiche del Giappone e poco comuni dalle nostre parti in Italia.
Koko ha avuto la possibilità di confrontarsi con altri bambini, più o meno grandi, che rispetto agli italiani hanno diverse abitudini, comprendendo che determinati comportamenti sono un vantaggio in termini di indipendenza.
Soprattutto la bimba sembra aver capito che l'educazione che le sta trasmettendo la mamma ha un senso ben preciso, e che non è di certo l'unica al mondo che mangia il riso a colazione, che deve scendere dal seggiolone dopo aver detto "ごちそうさま", che mangia sul tavolo come tutti noi e senza giocattoli di mezzo, che non deve urlare per chiamare il babbo, ecc. ecc.
Insomma, Koko ha potuto verificare che c'è un'altra intera nazione che fa parte di lei e che i nostri sforzi serviranno a non farla sentire inadeguata.
Il Giappone è anche tuo, Koko.
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29 ottobre 2013
13 settembre 2013
Mezz'ora di Pink Fong.
Ho accennato nell'articolo precedente al fatto che nostra figlia ha, da poco più di un mese, un nuovo passatempo, e questo risponde al nome di "Pink Fong".
Premetto che se si parla di binomio contenuti video - bambini al di sotto dei tre anni sono decisamente un talebano, tant'è che ad oggi raramente, per non scrivere "mai", accendiamo la televisione in presenza di nostra figlia e che mai mi sarebbe venuto in mente di piazzarla davanti a uno schermo a questa età.
All'italiano medio do certamente l'idea dell'estremista o dell'hippie, non lo so, ma in realtà sono molto legato alla tecnologia e in futuro offrirò contenuti video di qualità alla nostra piccola.
Il tema mi è caro, ho letto abbastanza, e quanto pare la visione della TV in sè per sè non è dannosa, a meno che l'esposizione non sia esagerata, però ciò che mi terrorizza è crescere una bambina teledipendente, dato che sono estremamente convinto del fatto che la TV, non l'elettrodomestico, ma i contenuti dei classici canali RAI e Mediaset, siano letteralmente il Male con la "M" maiuscola e un gigantesco cancro della nostra società.
La mia mini-conversione, non verso la TV, ma a favore di un'app per iPad, parte da un fatto accaduto in Giappone:
una domenica mia moglie invita a casa una sua vecchia amica, che chiamerò Yoshimi, con una bimba di due anni e mezzo.
Yoshimi è una di quelle mamme super accorte e maniache di ogni dettaglio in tema di educazione.
È una di quelle che muove ogni singolo passo in cerca della perfezione, che per la bimba acquista alimenti di qualità, vestiti di qualità, giocattoli di qualità, che segue alla lettera ogni minimo input pedagogico, ecc. ecc.
Nel suo estremismo risulta comunque una fonte di ispirazione, e a sorprendermi fu il momento in cui, durante la pausa tè, Yoshimi diede in mano alla sua bimba un iPad, che ovviamente Kayo (così chiamerò la piccola) padroneggiava con stile.
Tra le tante applicazioni "educative" installate sull'iPad, Kayo si mostrava decisamente attratta da Pink Fong, alché decisi di scaricarla sul mio dispositivo e controllare i contenuti in seguito, ben distante da mia figlia, nel mio bunker con muri spessi 60 centimetri.
L'app contiene alcuni contenuti gratuiti, ma un'esperienza totale la si può avere soltando acquistando uno dei tanti pacchetti disponibili, cosa che ho deciso di fare solo dopo aver testato l'effetto dei video su mia figlia.
Pink Fong è disponibile in coreano, cinese, inglese e giapponese, ed ovviamente sono le ultime due versioni quelle che ho installato sul mio iPad. Per entrambe le lingue sono disponibili pacchetti di video che contengono canzoncine mirate a imparare l'alfabeto, classiche canzoni per bambini (che in genere odio), nuove parole, nuovi balletti, e a famigliarizzare con animali e i loro versi.
Fa il suo lavoro? Magari è un po' presto per sbilanciarmi, ma tenderei a dire di sì.
Koko adora quella mezz'ora mattutina o serale durante la quale può guardarsi tutti i video disponibili.
Grazie all'interfaccia intuitiva, in un mese ha imparato a selezionare i video delle sue canzoncine preferite (ha le sue preferenze e va a periodi), ad usare di conseguenza l'iPad cliccando sulle icone e scegliendo tra la versione inglese e quella giapponese di Pink Fong, a ballare ogni canzone in modo diverso imitando i personaggi (bambini) dei video, e sorprendentemente ha imparato a dire "bubbles" (grazie al video in inglese della lettera "B"), a pronunciare qualche vocale e consonante a tempo di musica, e ad anticipare l'entrata in scena di qualche personaggio, ad esempio imitando il suono di un animale o scuotendo la testa dicendo "no" come fanno i bambini nel video in inglese della lettera "Q".
Importante: non la lasciamo MAI sola con l'iPad e facciamo in modo che lo guardi sempre in piedi e MAI seduta con la testa piegata verso il dispositivo (i bambini hanno la testa pesante: mai chinati in avanti).
Quando guarda i video in inglese è mio compito seguirla, stimolarla e commentare i video e le sue azioni in inglese, mentre quando usa la versione giapponese, a sostenerla c'è la mamma
Se oggi le chiedo "what sound do elephants make?", lei barrisce. Se dico "how do you dance this song?", lei balla a tempo di musica, e se esprimo una preferenza dicendo "babbo would like to watch the video of the iguana", lei molto spesso mi accontenta e preme sulla lettera "I".
Sorpreso? Non troppo, perché so bene che potenziale hanno i bimbi di questa età (18 mesi), ma vedere coi miei occhi con quanta facilità comprende le mie richieste in inglese e quanto ha di fatto appreso grazie a Pink Fong mi rende quantomeno fiducioso nei confronti della tecnologia mirata ai bambini e all'apprendimento della terza lingua (l'inglese) fin dalla tenera età, ancor prima di mandarla alla scuola (asilo) internazionale.
22 agosto 2013
Seconda lingua e attività divertenti.
Inizialmente, quando le attività sono quasi esclusivamente passive, è possibile far parlare dei pupazzi, dei peluche, nella seconda lingua in modo che il bimbo capisca che la mamma non è l'unica al mondo a poter parlare il giapponese.
A casa nostra Totoro, Miffy, l'aereo peluche Alitalia, Lotte Bear, Pinnapo e tutti gli altri parlano giapponese, ma anche italiano, mentre alcuni parlano addirittura inglese...
Con loro abbiamo inscenato teatrini e inventato storie bilingui che Koko ha sempre ascoltato con interesse, a volte perplessa e a volte divertita.
Oltre a questo abbiamo anche passato del tempo a inventare canzoni con rime forzatissime e dalla trama improbabile, ma comunque di ottima fattura a giudicare dai sorrisi dell'interessata, specie se accompagnate da balletto. Tutto improvvisato, ovvio.
È chiaro che l'interazione con amichetti, cugini e fratelli può essere di grande aiuto, ed è quindi estremamente consigliabile passare del tempo all'estero per far sì che il bimbo giochi coi suoi coetanei, o quasi, usando la seconda lingua.
Noi siamo appena tornati dal nostro mese in Giappone e il tempo che Koko ha passato con la sua cuginetta anch'essa bilingue (giapponese e francese) è stato di fondamentale importanza: la cuginetta è un anno più grande e la nostra Koko cercava continuamente di imitarla, limando il gap, provando a pronunciare parole che aveva appena ascoltato. Così in breve tempo ha imparato a dire "ばば" (nonna), "じじ" (nonno), "暑い" (caldo). Con gli adulti non ha mai ricevuto un così grande stimolo e voglia di imparare.
Oggi nostra figlia ha quasi diciassette mesi e la sua attività preferita, oltre a ballare le canzoni di Kyary Pamyu Pamyu e le filastrocche di Pink Fong, di cui parlerò in seguito, è disegnare.
Ha preso in mano i pennarelli per la prima volta a tredici mesi ed oggi lo fa in media due volte al giorno, mattina e pomeriggio, su fogli 70x100 e con pennarelli lavabili Giotto be-bè, che straconsiglio per la qualità e per l'alta lavabilità.
Ha impiegato circa una settimana a imparare a stappare i pennarelli da sola ed impugnarli correttamente.
Inizialmente si sporcava molto, soprattutto perché li prendeva dalla punta, ma poi ha preso confidenza ed oggi si sente totalmente sicura e padrona delle sue creazioni.
Questa attività ci è stata di grande aiuto per l'insegnamento del giapponese perché spesso mia moglie e la bimba si ritrovano sul foglio 70x100 a disegnare; mia moglie le fa un leone e Koko imita il verso del leone, poi disegna un paio di scarpe, le chiede "これなに?" e Koko indica le sue ballerine, oppure la mamma fa il mio ritratto stilizzato e la bimba dice "babbo!". "じょうず!".
Da pochi giorni, invece, a volte disegna qualcosa, lo indica e dice "mamma!", "babbo!", "ばば!", ecc.
È un'attività divertente che la bimba ama svolgere anche per un'ora di seguito.
Voi genitori, però, fate i bravi e non preoccupatevi se si sporca. Al massimo vestite i bimbi con qualcosa di adatto, ma non toglietegli questa gioia e opportunità creativa solo per la paura che si sporchino. Seriamente: hanno grande bisogno di creatività e si può iniziare anche molto presto. I pennarelli lavabili sono, appunto, lavabili, non tatuaggi.
Se da una parte è importante che il processo di apprendimento risulti creativo, dall'altra è logico che mai dovrebbe essere negativo, minaccioso, o addirittura stressante.
Svolgete quindi attività che possano divertire tutti voi e mai forzare una situazione o correggere troppo il bambino, altrimenti si otterrà l'effetto contrario.
Svolgete quindi attività che possano divertire tutti voi e mai forzare una situazione o correggere troppo il bambino, altrimenti si otterrà l'effetto contrario.
Divertitevi!
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31 maggio 2013
Frequentare madrelingua è importante.
Dove abitiamo i giapponesi si contano sulle dita di una mano, e per noi frequentare persone madrelingua non è proprio semplicissimo. Mettiamoci poi che i nostri migliori amici e le persone giapponesi con le quali in passato avevamo legato di più hanno deciso di fare le valigie ed andarsene, chi tornare in Giappone e chi a New York, Amsterdam, Londra, ed ecco che in pratica oggi non abbiamo alcuna chance di relazionarci con giapponesi in Italia. È un peccato, ma non c'è molto da fare. Possiamo controllare i nostri spostamenti, non quelli degli altri.In altre situazioni si potrebbero considerare soluzioni come babysitter e ragazze au pair, ma anche qua ci risiamo: dovi trovi una babysitter o addirittura una au pair giapponese se non vivi a Milano, Roma, Firenze? È difficile. E anche se fosse un'opzione, c'è da dire che convivere con una persona che di fatto è un'estranea, almeno inizialmente, non è proprio per tutti.
Ecco quindi che nel nostro caso i viaggi in Giappone e i contatti virtuali, tramite Skype, con i parenti di mia moglie sono diventati fondamentali, nonché l'unico modo per esporre nostra figlia alla seconda lingua parlata da persone in carne ed ossa.
Interagire con persone madrelingua è fondamentale per lo sviluppo comunicativo e linguistico, perciò non appena vi capiterà l'occasione di scambiare quattro chiacchiere o frequentare anche spesso conoscenti e amici giapponesi, coglietela al volo!
Se vi trovate in una grande città fate in modo di incontrare spesso i vostri amici giapponesi, specialmente se accompagnati da bambini con cui il vostro potrebbe giocare, e creare un ambiente entro il quale il vostro piccolo bilingue possa farsi un'idea concreta sull'utilità della seconda lingua. Con l'occasione potreste organizzare cene italo-giapponesi e scambiare opinioni con persone che vivono un quotidiano simile al vostro.
Fate così: da una parte i papà, da una parte le mamme, e in sala i bambini. :)
I nostri amici ci mancano da morire e non vediamo l'ora di incontrarli nuovamente nel nostro prossimo e imminente viaggio in Giappone, in un tour de force organizzato specificamente per immergere la nostra piccola Koko nel paese natale per la terza volta in quindici mesi.
29 aprile 2013
Bilingue dalla nascita.
Ogni bambino viene al mondo con il grande privilegio di poter imparare qualsiasi idioma.
Nei primi mesi di vita i neonati sono in grado di distinguere un’incredibile varietà di suoni in molte lingue, e tra questi suoni ce ne sono alcuni che gli adulti non sono più in grado di distinguere e/o pronunciare. Gran parte dei monolingua giapponesi, ad esempio, non sono in grado di distinguere e pronunciare l ed r.
Studi dimostrano che questa abilità nel distinguere i suoni appartenenti ad una certa lingua si affievolisce quando il bambino raggiunge i dieci mesi di vita circa. È per questo motivo che è meglio decidere quale lingua insegnare al proprio figlio ancora prima che nasca.
Sia ben chiaro: il bilinguismo ovviamente non è compromesso se lo si introduce dopo i dieci mesi, ma dal mio punto di vista prima si comincia e meglio è.
Con Koko abbiamo adottato il metodo OPOL fin dalla nascita, impegnandoci a parlarle il più possibile nonostante né io né mia moglie siamo dei gran chiacchieroni. Gli esperti consigliano di parlarle di argomenti quasi del tutto casuali, purché si parli. Ammetto che questo per me è stato sempre difficile e non sono mai riuscito a comunicare con mia figlia come se fosse un mio amico di vecchia data, o una persona con cui parlare di sport e altri argomenti poco attinenti, se così si può dire, quindi fin da subito ho cercato di instaurare un rapporto padre-figlia basato sugli stimoli e sulla fiducia in se stessa.
Inizialmente colsi l'occasione per parlarle del mondo, dei posti che avrei voluto visitare con lei e la mamma, di quali animali vivono in Australia, di cosa mi aspettassi dalla Nuova Zelanda, di quanto è bello volare, di quanti bei posti ci sono in Europa, di quanto sono alte le giraffe, e l'ho sempre incitata a gattonare o a farle imparare cose nuove come se fosse una sfida, complimentandomi poi con lei ogni volta che riusciva o perlomeno ci provava.
Questi sono stati i miei argomenti, poi è chiaro che in seguito l'interazione è diventata più attiva anche da parte sua e comunicare adesso è più semplice, dato che in entrambe le lingue comprende benissimo domande come "è buono?", "hai sete?", "vuoi fare la capriola?" e nella maggior parte dei casi risponde o con gesti o con un secco "na" (no). In sintesi, la comunicazione è diventata molto più spontanea e naturale.
È fondamentale, però, parlare al bambini in modo sensato, il che significa essere il più possibile coerenti e chiari utilizzando vocaboli ed espressioni in uso nella vita comune. In questo senso la nostra regola numero uno è NO al "bambinese", quindi evitare di usare vocaboli come "tètte" (cane) e "bumba" (acqua), che di fatto non hanno alcuna utilità. O sì? Possiamo discuterne.
No al bambinese, quindi, ma parlare in modo naturale senza storpiare le parole e modificarne la pronuncia, tanto a quello ci penseranno loro in seguito. Se diranno "libbo" invece di "libro" va bene, ma l'importante per noi è continuare a parlare come sappiamo, altrimenti non faremo altro che assecondare questo difetto di pronuncia e prolungarlo più del dovuto.
In conclusione, un'altra situazione da evitare è modificare l'uso delle parole: che senso ha dire "cacca!" invece di "è sporco!"? Mistero.
Un bambino di un anno è in grado di capire circa settanta parole differenti, perciò non c'è bisogno di iper-semplificare tutto limitandosi a comunicare usando solo "pappa", "cacca", "pipì" e "ninna".
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